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Sortie du DVD de Notre Monde

Notre Monde Notre Monde (2013, 119') un film de Thomas Lacoste
Rassemblant plus de 35 intervenants, philosophes, sociologues, économistes, magistrats, médecins, universitaires et écrivains, Notre Monde propose un espace d’expression pour travailler, comme nous y enjoint Jean–Luc Nancy à « une pensée commune ». Plus encore qu’un libre espace de parole, Notre Monde s’appuie sur un ensemble foisonnant de propositions concrètes pour agir comme un rappel essentiel, individuel et collectif : « faites de la politique » et de préférence autrement.
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© Passant n°47
Paola Balzarro
A cosa servono le lacrime d'amore

Ti sei fermata anche tu per soccorrere quella donna che urlava, stesa sul marciapiede. Bionda, di mezza età, un cappotto cammello dal quale spuntavano i polpacci magri, velati di grigio, una scarpa infilata e l'altra tacco all'aria.
Tutt'intorno un cerchio di passanti curiosi, mulinello improvviso nella corrente del 23 dicembre. Tuo figlio ti ha tirato la giacca, voleva andare a casa, e c'era da capirlo: a tre anni, dopo una mattinata di shopping natalizio, non si resiste più.
Sei rimasta a guardare un minuto, il tempo di assicurarti che era stata chiamata un'ambulanza. Poi, quando hai visto che tutto pareva sotto controllo, e che lì in mezzo c'era persino un poliziotto, hai capito che potevi sfilarti dal cerchio senza problemi, e tornartene ai fatti tuoi.
Avresti dovuto vederla un paio d'ore prima, quella donna! Con quanta fermezza e con quanto gelo ha rimesso a posto il preside che voleva convincerla a fare da volontaria - nel pomeriggio - per la festa di Natale, coi genitori, i canti e la riffa di beneficenza: girasse la proposta ad un altro collega, chissene importa se quelli hanno famiglia, lei non è neppure cattolica.
Quando è uscita da scuola, carica di diari sgrammaticati da correggere e di gladioli lunghissimi, omaggio della I C, ha pensato per un attimo di filarsene subito a casa, direttamente nella vasca piena di schiuma bollente. Anche perché il nevischio gelato, che ha già formato in terra una poltiglia marrone, le sta martellando gli occhiali e le entra nel collo nonostante l'ombrello, spinto dal vento.
Era quasi alla fermata del tram, dove decine di ragazzi eccitati facevano a spinte strillando, per ripararsi sotto alla pensilina. Quando, ad un tratto, ha fatto dietro-front.
Si è lasciata alle spalle il viale che porta al suo quartiere, quasi ai confini della città, e si è diretta in centro. A piedi, camminando veloce per scaldarsi, mentre la neve bagnata per fortuna ha iniziato a cadere più rada, come per benedire la sua decisione.

La donna ha un passo leggero, nonostante il carico che porta sulle braccia, certo c'è abituata e certo qualcosa la sta attirando, dritta al cuore della città. Via via che si avvicina al centro, la folla intorno a lei si fa più fitta e agitata, aumentano i negozi e le spallate, la confusione di colori e voci.
Lei passa indenne attraverso la selva degli acquirenti, quasi sfiorando la terra, scivola fra le automobili in doppia fila, si tuffa sulle strisce senza neanche girare lo sguardo, certa del fatto suo, mentre quelli al volante inchiodano e la fissano con tanto d'occhi, accompagnando il suo incedere con un coro di strombazzate.
Quando arriva alla piazza si ferma, tira un respiro. Sembra rendersi conto all'improvviso che ha ancora fra le braccia i gladioli e che non è il caso di fare irruzione nello studio carica di fiori, soprattutto se vuole ancora illudersi di non insospettire la segretaria.
Cercando di non dare troppo nell'occhio, lascia cadere il mazzo vicino al piedistallo della statua. Se qualcuno si fermasse a guardarla ora, mentre si allontana rapida dal centro della piazza, la potrebbe scambiare per una nostalgica della monarchia, che ha appena deposto il suo omaggio ai piedi di Emanuele Filiberto e del cavallo, senza avere il coraggio di sostare, almeno un minuto, in preghiera. Lei invece sente davvero il bisogno di raccogliersi un momento, o meglio di raccogliere tutte le forze che ha in corpo per affrontare il citofono di questo palazzo severo, che incombe con la sua mole umbertina su una via laterale.
Si avvicina alla pulsantiera. Sfiora con l'indice il nome, inciso nell'ottone, sotto alla scritta: "Notaio". Preme il bottone . Dall'alto nessuna risposta, solo uno scatto metallico. Il cancello si apre. Sale una rampa di scale in penombra. Ha il fiato corto, anche se sono solo pochi gradini. Sul pianerottolo si passa le mani fra i capelli e li sente umidi e freddi, scomposti in ciocche pesanti. Non importa. Non è la prima volta che si infilano l'una fra le braccia dell'altro quasi senza vedersi e si respirano in bocca alla cieca, naufragando per terra o sul divano di pelle - quando va bene.
La porta dello studio è socchiusa. Riprende fiato, ed entra.

Soltanto l'ingresso è illuminato. La segretaria, che sta trafficando con un armadio zeppo di cartelline, si volta: "Il notaio è partito" dice, senza sorridere.
Nella stanza cala il silenzio assoluto. La donna annaspa in quel vuoto, anticipato in fondo solo di poche ore rispetto ai piani della vigilia, mentre l'altra la guarda senza porgerle neanche un appiglio, una parola d'aiuto che le dia modo di prendere congedo, recuperando - almeno in parte - la faccia. Guai ai poveri di spirito, che non sanno trovare una frase leggera per volarsene fuori dagli impicci, e soprattutto guai agli sconfitti - pensa la donna, ancora immobile, con gli occhi per terra - se sperano in qualche clemenza.
Lo squillo del telefono, a pochi metri da lei, le consente di riscuotersi e farfugliare un saluto, mentre la segretaria va a rispondere, con aria seccata.
Corre giù per le scale. Fuori sembra già sera.

Adesso lui starà caricando gli sci su quella specie di pullmino azzurro che si è appena comprato per viaggiare più comodo, con moglie, figli e cani. O forse ha già passato il Frejùs ed è in terra di Francia, fra le montagne che tanto ama e dove - si spera - andrà presto a schiantarsi contro una roccia, spezzandosi almeno una gamba.
Il passo della donna è rabbioso, agitato. Eclissi totale dell'insegnante dal sorriso solare e dal polso d'acciaio.
Si accorge che sta girando in tondo, intorno al palazzo, mentre si sente scivolare lo stomaco sotto i piedi. Forse un panino, a questo punto, potrebbe arginare la frana delle sue viscere. Si decide ad entrare in un bar.
Le lenti le si appannano di colpo, appena l'ondata di calore la investe. Nella nebbia di vapori al cacao raggiunge il bancone, chiede un toast al formaggio e, già che c'è, anche una cioccolata bollente, che non guasta. Il dolce in bocca, tepore nella gola, onda che scende a placare lo stomaco, con una carezza. Si guarda intorno. Due signore, poco più anziane di lei, chiacchierano fitto fitto a un tavolino. Tre uomini - probabilmente compari di lavoro - ridono fra tartine e calici frizzanti. Lo specchio dietro al bancone le rimanda la sua immagine a tinte smorte, terribilmente composta e distinta, nonostante tutto. Potesse divorziare da questo corpo che non la rappresenta, lo farebbe subito. E, ora come ora, si tufferebbe l'anima nei panni puzzolenti e nelle gambe gonfie della barbona che si è affacciata nel bar per chiedere da mangiare, ed è stata cortesemente messa alla porta. Almeno lo vedrebbero tutti che sconquasso che ha dentro, capirebbero che oggi per lei, dopo anni di storie a colori pastello, esistono solo il fuoco o la terra bruciata, e che non ha nessuna voglia di passare lo zucchero alla signorina biondo-lisciata che le si è appena appollaiata di fianco, né di commentare col barista miracoli e miserie di "Pinturicchio".
Aria, fuori di qui, lontano da questi sepolcri imbiancati di zucchero a velo che si forbiscono la bocca areolata di chantilly prima di biascicare un rifiuto, e sputare condanne su chi è già culo a terra. Esce nel vento che le schiaffeggia le guance e la costringe a tirare su il bavero del cappotto. La barbona è scomparsa. Si guarda in giro. Nulla. Poteva riscuotersi un po' prima dai suoi pensieri di amore e vuoto, sollevarsi dall'ombelico dolente e mettere mano al portafogli. E invece no. Peccato. E' andata fuori tempo anche stavolta.
Ritorna sui suoi passi, a ritroso, decisa a chiudere il prima possibile quella mattina venuta fuori decisamente male, e già prova a pensare cosa farà nel pomeriggio per distrarsi, prima di affrontare la due-giorni di stress che - come tutti - attende anche lei, tra fratelli musoni, cognate isteriche, nipoti posseduti dal diavolo.

Acqua, prima di tutto. Una spuma avvolgente di gelsomino e calore per sciogliere dall' anima tutte le incrostazioni. Si stenderà sul viso una maschera alle mandorle dolci e sui capelli un balsamo di radici orientali, quindi si immergerà a capofitto fra i cadaveri e gli arti mutilati del suo ultimo giallo americano, cercando di annegare in quel pozzo di sangue tutto il dolore. Poi, quando ne avrà voglia, si stenderà sul letto con in mano la foto di un ragazzo, strappata proprio ieri da una rivista, affonderà lo sguardo nei muscoli luminosi, arresi in un gesto di abbandono, e se ne approprierà a cuore - finalmente - leggero, affidandosi al ritmo che il suo corpo richiede. Intanto, se Dio vuole, sarà già notte e, con l'aiuto di qualche goccia benedetta, potrà sprofondare nel sonno che la traghetterà, in un unico balzo senza immagini, fino all'alba della Vigilia.
Non era però scritto che quel giorno se ne tornasse a casa in questo modo, stringendo fra le gambe la sua povera coda di lupa mannara sconfitta, ben nascosta sotto la gonna a pieghe. Un Messaggero si era già messo in viaggio, e qualcosa si stava muovendo dietro l'angolo della strada, a pochi passi da lei. Un giovane dalla pelle ambrata, probabilmente venuto dall' Africa o dal Vicino Oriente, aveva aperto il suo borsone di plastica sotto i portici e - conquistato uno spicchio di marciapiede - stava tirando fuori le sciarpe colorate di seta, con il marchio rubato a una casa francese.
Lei vide da lontano il grumo di passanti concentrati in un punto.
Mentre andava verso di loro, notò che un poliziotto - messo in allarme da un negoziante - si stava avvicinando. Si accorse del gesto improvviso del giovane, che raccoglieva come un fulmine la mercanzia e cercava di allontanarsi, vide il poliziotto che lo afferrava per un braccio, la gente che di colpo lasciava un cerchio vuoto attorno a loro ed affrettava il passo, chiamandosi fuori. Il lampo degli occhi neri in trappola.
Lei era proprio lì, davanti ai due, quando il ragazzo riuscì a divincolarsi, con uno strattone, e cominciò a correre.
Fu questione di un attimo. Il poliziotto balzò in avanti, come un leone infuriato che si è lasciato sfuggire per troppa sicurezza la preda.
La donna non ebbe bisogno di tempo per decidere. Successe tutto contemporaneamente. Le bastò spostarsi di mezzo metro, come per caso, per trovarsi sulla traiettoria dell'inseguitore. Che, inevitabilmente, finì contro di lei, senza nemmeno capire cosa diavolo fosse successo.
Come una punta guizzante e leggera, sfiorata dalla spalla di un terzino - un passo dentro l'area di rigore - carambola nell'aria ed agghiaccia lo stadio, ricadendo sul campo a corpo morto, così la donna vola.

E quando piomba a terra, lancia un grido. Spaventoso, straziante. Che certo non proviene dal male che sente alla caviglia, appena appena ammaccata, né dall'impercettibile graffio che le riga la mano. La folla resta impietrita. Il poliziotto esita un istante, sospeso fra l'istinto del cacciatore e il terrore di avere azzoppato, di fronte a tutti, una signora innocente.
Quanto basta, ovviamente: il giovane è già svanito fra la selva dei corpi e si è ritirato nell'ombra senza lasciare traccia, così come era venuto.
Il suo angelo salvatore, intanto, si contorce al suolo, come avesse le gambe spezzate, mentre attorno la folla dei suoi simili - o dei supposti tali - non riconosce l'aliena e non attacca, anzi si china su quella fontana di lacrime, fino a levarle l'aria.
Qualcuno raccoglie i diari degli alunni, squadernati nella fanghiglia, mentre il poliziotto, inchiodato sul posto dal misfatto, si dà da fare per chiamare i soccorsi.
Occhiate sbieche lo trafiggono da ogni lato.
Il nevischio, intanto, si sta trasformando, e lentamente comincia a sbiancare quello che incontra. Da lontano, si sente una sirena che si avvicina.
Tra poco lei sarà in ospedale, dove si lascerà rivoltare dalle mani bianco-guantate che la percorreranno scrupolose da capo a piedi, per capire se dentro è tutto intero - magari col conforto dei raggi X - ma non vedranno nulla.
E non si accorgeranno, soprattutto, della strana allegria che le brilla negli occhi quando, concordemente dichiarata incolume, balzerà come un grillo in gran forma giù dal lettino ed un istante dopo sarà già lontana, quasi portata via da un vento amico.

Paola Balzarro

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