Accéder au site du Passant Ordinaire Notre Monde le dvd
le Passant Ordinaire
FrançaisEnglishItalianoAmerican
  Go !   

Sortie du DVD de Notre Monde

Notre Monde Notre Monde (2013, 119') un film de Thomas Lacoste
Rassemblant plus de 35 intervenants, philosophes, sociologues, économistes, magistrats, médecins, universitaires et écrivains, Notre Monde propose un espace d’expression pour travailler, comme nous y enjoint Jean–Luc Nancy à « une pensée commune ». Plus encore qu’un libre espace de parole, Notre Monde s’appuie sur un ensemble foisonnant de propositions concrètes pour agir comme un rappel essentiel, individuel et collectif : « faites de la politique » et de préférence autrement.
Back
© Passant n°48
Paola Balzarro
Nel nome della tigre

E' quello laggiù in fondo, con gli occhiali e la sciarpa marrone. Visto così sembra un bambino come tutti gli altri, no? Adesso sta persino facendo a spintoni coi compagni, e non è che lo trattino in modo speciale: ne prende e ne dà senza complimenti, come tutti. Sì, magari è un po' musone - guarda: ha già messo su l'aria offesa e si sta allontanando - ma insomma, trovamene uno che non faccia i capricci ogni tanto, specialmente in prima, con tutte quelle novità da ingoiare in un colpo solo, dalle maestre, agli orari, ai compiti, che non c'è nulla da fare, per imparare da zero a leggere e scrivere, un po' di esercizio a casa bisogna farlo e basta.
Lui, poi, non l'hanno nemmeno mandato all'asilo, il che certamente non è stata una buona idea, a ripensarci ora. Comunque, è successo dopo che andava a scuola già da due mesi.
Quella signora lì, che lo ha preso per mano, è sua nonna. E' la padrona della profumeria qui all'angolo, io la conosco bene ed è lei che mi ha raccontato tutta la storia.
Chi lo sa perché Livia non me ne ha mai parlato…quando glie l'ho raccontato io, ha fatto una faccia strana e ha detto che lei già lo sapeva, ma non ha voluto aggiungere altro. E' buffo, no? Uno pensa che ai ragazzini una cosa così faccia impressione, e che corrano subito a spifferarla in giro, magari anche solo per avere una spiegazione. E invece niente. Bocche cucite strette. E' vero, d'altro canto, che oramai lei va in quarta e le stranezze dei bambini più piccoli - è normale - le scivolano addosso. Certo però che a volte sembra quasi che tra tutti loro ci sia una specie di patto segreto per nasconderci qualcosa, come se in realtà sapessero molto di più di quello che vogliono farci credere e si proteggessero l'uno con l'altro.
Come quella volta tremenda al mare, che Luca aveva due anni - te l'ho raccontato, no ? - e per più di un'ora l'abbiamo cercato da tutte le parti, e niente: era sparito nel nulla. E quella pazza di Livia che ne aveva già sette, e quindi avrebbe dovuto rendersi un po' conto, ha fatto finta di essere disperata pure lei e di cercarlo con noi, e quando alla fine l'abbiamo trovato, che se ne stava nascosto bello appiattito dietro le cabine, si sono messi a ridere tutti e due, perché ci avevano fatto uno scherzo, capisci?

E la cosa più incredibile, se ci ripenso, è proprio quell'espressione stravolta che aveva Livia mentre cercavamo il fratello, dovevi vederla, quella faccia da schiaffi, avrebbe imbrogliato chiunque. Insomma, per dire che coi ragazzini non si può mai sapere, càpita che te la fanno sotto il naso quando meno te lo aspetti.
E dunque l'unica versione che so io, della storia di Eugenio, è quella di sua nonna, che in ogni caso mi pare una tipa attendibile, e che se ne era accorta già da un po' che c'era qualcosa di storto, con quella cinese.
A mettergliela in casa era stato il portiere che, poi si è scoperto, in fondo mica la conosceva bene neanche lui. Prima pare che lavorasse in una tintoria, sempre al nero ovviamente, perché il permesso di soggiorno - questo è sicuro - non ce l'ha mai avuto. E quindi niente documenti, niente nome, e neppure una città di origine certa.
Diceva di venire da Nanchino ma che ne sai, magari era di qualche villaggio sperduto o addirittura di Taiwan, vallo a capire.
Si faceva chiamare Lia, perché il suo nome era troppo difficile da pronunciare per gli italiani. E diceva di avere 20 anni il che è anche probabile, io l'ho vista varie volte quando portava a scuola Eugenio, pareva proprio una ragazzina. Bassa però non brutta, anzi, proporzionata, con una faccetta tonda e liscia come una bambola. E sempre pettinata con due trecce strette e fine, che sembrava appena uscita dalla scuola media.
Si vedeva benissimo che il bambino la adorava, anche se all'inizio - mi hanno detto - non sono state tutte rose e fiori: quando se l'è trovata dentro casa, da un giorno all'altro, ha fatto un macello, si è persino rotto gli occhiali, tirandoli per terra. E pare che un paio di ceffoni la cinesina glieli abbia rifilati, questo almeno sosteneva il bambino e sua nonna, che gli credeva sempre e comunque, stava già per intervenire.

Poi dopo qualche giorno, come per miracolo, tutto ha cominciato a filare liscio: una sera la madre è tornata a casa e, invece del solito campo di battaglia, li ha trovati che disegnavano tutti e due buoni buoni, sul pavimento.
Eugenio, che aveva poco più di cinque anni, stava finendo di colorare una tigre gigantesca, tutta rigata di rosa e giallo, su un pezzo di cartone lungo un metro.
E Lia, con un pennarello, stava riempiendo il cielo viola chiaro di ideogrammi. Pare che fosse un disegno bellissimo, anche perché il bambino - quando vuole - con i colori ci sa fare davvero.
E quello gli era venuto meglio di tutti, tanto che poi i genitori glielo hanno lasciato appendere sul letto, anche se era così grande. E del resto lui non avrebbe mai accettato di separarsi dal disegno. Perché quello, oramai, era il suo simbolo: secondo
L'oroscopo cinese, era nato nell'anno della tigre.
E questa storia del bambino-tigre è continuata per un bel po': si divertiva a ruggire per casa, faceva gli agguati, aveva persino cominciato a mangiare la carne senza troppe storie.
A sua nonna la faccenda dell'oroscopo, cinese o no, non andava giù, perché le dava fastidio che un ragazzino di cinque anni si riempisse la testa di stupidaggini, visto che a quell'età fanno già abbastanza confusione fra realtà e fantasia, senza bisogno di aggiungerci superstizioni, magie e altre idee sballate.
Ma ai genitori stava bene così, visto che in fondo Eugenio si era calmato parecchio. La mattina giocava per casa, buono buono, e il pomeriggio se ne andava a spasso con Lia. Il punto in fondo, col senno di poi, è proprio questo: dove se lo tirava appresso, la cinese, quando sparivano per ore e ritornavano che era già buio, appena in tempo per mettere su la cena? Che gente gli faceva incontrare, che cosa combinava insieme a loro, e perché il ragazzino pareva tanto contento di quelle passeggiate, lui che per trascinarlo fuori di casa, prima, bisognava smontare il Paradiso?

Secondo me, vedeva certamente altri bambini. Sai come fanno i cinesi, ne tengono a decine nascosti nei seminterrati, per fabbricare le scarpe o le borsette, tutto di straforo ovviamente, non dico che li mettano al chiodo per cattiveria, ma a scuola se sono clandestini non ci possono andare, e allora tanto vale che diano una mano alla famiglia, senza farsi vedere troppo in giro.
E' tutto molto logico, se ci pensi. Questa del gruppo di bambini è una idea mia, ma spiegherebbe parecchie cose. E intanto, mentre Eugenio giocava coi cinesini, Lia si faceva i suoi affari. Che dio solo sa quali erano: mica per forza storie losche di contrabbando o droga, come pensa adesso la nonna del bambino. Magari si incontrava con il fidanzato, o faceva quattro chiacchiere coi parenti - se poi quelli erano davvero zii e cugini - oppure aveva un altro lavoro, per sbrigarsi a raccogliere i soldi che le servivano.
Quel che è certo, comunque, è che si trattava di un segreto. E questo Eugenio l'aveva capito benissimo. Mai una sola volta, in quei sei mesi, si è lasciato sfuggire una parola di troppo, mai un accenno, mai un gesto che potesse tradire la sua Lia.
A casa non gli facevano molte domande, perché si accorgevano che rispondere lo metteva di cattivo umore. E poi, francamente, non si sognavano nemmeno di sospettare qualcosa di male. Se gli chiedevano - en passant - del cartone animato che diceva di avere visto al cinema, nel pomeriggio, Eugenio di solito sparava una raffica di trame e personaggi senza capo né coda, il che - per i genitori - dimostrava soltanto la sua voglia di stupire a tutti i costi. E poi, di fatto, il bambino era sereno, si vedeva che stava bene, e dunque non c'erano motivi per preoccuparsi. Anzi, erano ben contenti di avere trovato alla fine la tata giusta.
E' incredibile, no? A volte, proprio quando tutto sembra filare liscio, sotto sotto sta montando il casino.
E per quei due poveretti la batosta è stata ancora più dura, perché finalmente avevano ritrovato un accordo anche fra loro, o almeno così sembrava: lui, che da un paio d'anni vedeva un'altra donna, aveva deciso di darci un taglio e sua moglie stava tirando un po' il fiato, anche se a parole del loro matrimonio non le importava un granché, e restavano insieme solo per il bambino.
Insomma si erano riavvicinati, e avevano persino deciso di andarsene qualche giorno a Londra. Che poi è quello che ha fatto scoppiare tutto il macello.
Hai presente quei viaggi che prenoti da casa col computer, aereo, albergo, perfino il ristorante, per un prezzo stracciato, niente voli di linea né suite a quattro stelle, è ovvio, ma se si forma un gruppo sufficiente danno l'O.K. e via?
Bene, quei due lì i soldi per pagarsi una vacanza decente ce li avevano pure, ma lui si era fissato di farlo in questo modo, perché si divertiva a saltellare fra le offerte, clic qua clic là, tipo caccia al tesoro, convinto, col suo fiuto, di seguire la pista dell'affare.

Che poi, alla fine, in un certo senso c'era pure riuscito, perché aveva pescato un pacchetto incredibile, tipo seicentomila tutto compreso. Insomma, partono sereni e contenti, tranquilli per il bambino, che a stento li saluta, impegnato com'è a ripassare con Lia il suo repertorio di ringhi e smorfie. Ciao ciao e prendono il volo.
Tutto fila per il meglio: a Londra c'è persino bel tempo, chiamano casa mattino e sera, nessun problema. Il terzo giorno, la mazzata.
Rientrando in albergo trovano un messaggio: ci sono stati casini con le prenotazioni sui voli, tutto sottosopra, in pratica bisogna partire subito, altrimenti finiscono su una lista d'attesa lunga chilometri, col rischio di passare tutto il giorno dopo in aeroporto. Rapida consultazione, accidenti di rito, chiudono le valigie e vanno. Morale della favola, arrivano a casa in piena notte.
Appena scesi dal taxi si accorgono che c'è qualcosa di strano. Le luci del salotto, e anche quelle di camera loro, sono accese.
Già per le scale sentono la musica e il casino. Spalancano la porta e vedono, in una nuvola di fumo, un mucchio di cinesi, femmine e maschi, tutti mezzi ubriachi, chi buttato per terra chi sbracato coi piedi sul divano.
Restano a bocca aperta, mentre Lia scatta a spegnere lo stereo. Di colpo, silenzio. Nessuno dice nulla per un attimo, né la ragazza, né loro, né la combriccola di invitati.
Poi la madre si precipita in camera di Eugenio e se lo abbraccia stretto, che sarebbe stato tanto meglio lasciarlo dormire e basta, magari non si sarebbe accorto di nulla.
Il padre intanto, passata la sorpresa, comincia a urlare. Mettici il senso di invasione, di fiducia tradita, mettici pure lo stress del viaggio, e poi l'atteggiamento di quella gente che lo guarda con facce inespressive, da non capire se sono idioti, sbronzi o strafottenti al massimo.
Fatto sta che lui esce dalla grazia di dio, ne afferra uno per il bavero e lo tira su in piedi. Quello allora si rivolta inviperito, come se si fosse svegliato di colpo in quel momento, gli dà una botta sul braccio, stanno per venire alle mani sul serio, quando due compari gli saltano addosso e lo trattengono, gridano tutti a questo punto ma soprattutto il padrone di casa, che urla di levarsi di corsa dai coglioni o chiama la polizia.

Comincia a spingerne fuori un paio - la porta è rimasta aperta - dalla stanza da letto sgattaiolano fuori due ragazze mezze nude, gli altri capiscono l'antifona e abbandonano il campo in tutta fretta, raccogliendo al volo le loro cose, mentre il padre di famiglia non accenna a calmarsi, anzi si gonfia sempre di più, è ormai in preda al demonio, sbraita parole mai sentite prima dalla sua bocca.
Intanto Eugenio si è affacciato sulla soglia del salotto con sua madre, e guarda con gli occhi sbarrati quell'uomo imbestialito.
Nel tornado della furia funesta finisce pure Lia, che lui chiama vacca ladra e anche di peggio. Lei non risponde nulla ma Eugenio, a questo punto, si lancia contro il padre.
Lo tempesta di pugni e calci, che pare in preda a una crisi pure lui, di quelle che gli venivano da piccolo, quando schiumava bava e dovevano dargli le pasticche. La madre cerca di separarli, il bambino casca per terra, mentre suo padre urla che è ora di farla finita, basta con queste orde di selvaggi che si infilano dentro dappertutto appena gli apri un varco, fuori dalla mia casa e dalla mia famiglia, bisogna fare piazza pulita.
Da terra Eugenio gli agguanta i pantaloni e gli morde la gamba. Me l'hanno trasformato in una bestia anche lui, dice suo padre. Si precipita in camera del bambino, strappa dalla parete la tigre, la fa a pezzi di furia, come la stesse sbranando, getta a terra i brandelli colorati e li disperde a calci per la stanza.
Eugenio si divincola, sua madre prova a tenerlo fermo, gomiti, schiaffi e sputi dappertutto. Intanto i cinesi si sono dileguati. Anche Lia si è dissolta nel nulla, senza una parola. Puoi capire che notte, in quella casa. Eugenio calmato solo a suon di gocce, i genitori con gli occhi sbarrati fino al mattino.
Il giorno dopo arriva una, mai vista, che sostiene di essere la cugina di Lia. Raccoglie la sua roba, ritira la paga, che i due le mettono in mano senza fare storie, pur di chiudere il capitolo una volta per tutte e non pensarci più.
Si preparano a raccogliere i cocci e a ritornare alla vita normale, dandosi un tempo ragionevole per smaltire quel sabba notturno.
Non si accorgono che Eugenio ha qualcosa di strano. O meglio si accorgono che all'inizio non parla, ma pensano che in fondo sia una reazione quasi ovvia allo shock.
Però passano le ore, e il bambino rimane muto. Un giorno intero. Due. Il terzo giorno, all'alba, lo trovano in salotto che borbotta da solo. Lo scuotono, alzano la voce, e alla fine lui parla. Solo che sembrano suoni senza senso. Insistono. Eugenio continua a rispondere con quei versi strani. Provano in tutti i modi a fargli smettere quel gioco, si sforzano di farlo ragionare, lo coccolano, gridano, vola anche un ceffone.
Nulla. Lui va avanti così. Tutto il giorno, quello dopo, e poi l'altro. Non smette neanche a scuola, con i compagni, le maestre, i bidelli. Persino col direttore, che decide di farlo vedere dallo psicologo. Inutile, ovviamente.
Perché - lo avrai capito - Eugenio parla ormai solo in cinese.
Cinese vero, eh, mica fa finta. Deve averlo imparato in quei pomeriggi misteriosi, quando spariva con Lia fino al tramonto. Assorbono, i bambini, come spugne. Gli basta poco e si ingoiano il mondo, roba che noi nemmeno in dieci anni. E non hanno pietà di nessuno, sicuramente non dei genitori.
Perché quei due disgraziati oramai non sanno più che fare, lo hanno supplicato in ginocchio di finirla. Lo coprono di regali, lo spupazzano in giro, spendono una fortuna col neurologo che sta provando a curarlo. Nella disperazione, si sono messi persino a dare la caccia a Lia, sperando di farla tornare indietro o almeno di convincerla a incontrare il bambino.
Ma è come un buco nero. Puff: svanita! Di lei non c'è più traccia, non si sa il vero nome, né l'indirizzo, né un brandello di storia certa.
Il portiere, che si sente in colpa, non sa dove mettersi le mani: la donna che gliela aveva presentata è andata via e dunque forse anche Lia è partita.
Tu pensa che maledizione, per i genitori: vagano per i ristoranti cinesi e i negozi del quartiere, alla ricerca di qualche indizio. Ma quella è gente difficile, che non si fida: si sono rinchiusi subito attorno alla ragazza, cancellando tutte le piste, perché secondo me lo sanno benissimo che fine ha fatto Lia, ma a quei due non lo diranno mai, più insistono e peggio è. Come cercare un anello nel mare. Più smuovono le acque, e più va a fondo.
Perlomeno, ogni tanto, incontrano qualcuno disposto a parlare col bambino. Sempre che vada a lui, perché di solito Eugenio rimane sulle sue. L'altro giorno, però, in una specie di supermarket orientale, hanno trovato un tipo col quale si è preso. Un ragazzo grassoccio che sorrideva molto ma che - secondo i genitori - non ha tradotto tutto quello che raccontava il bambino. Comunque qualcosa ha detto. Eugenio, pare, gli ha spiegato la sua storia. E senti un po' che cosa è uscito fuori. Sostiene che lui non parla l'italiano perché è stato adottato. Che ha cento fratelli e quaranta sorelle, ma che non glieli fanno più vedere. Teme che siano morti. Dice che la sua vera madre non aveva soldi per tenerlo, ed è andata lontano a lavorare. Ma che non si è scordata di lui e che tornerà presto, per ricomprarlo e per portarlo a casa.

Paola Balzarro

© 2000-2018 - Tous droits réservés
le Passant Ordinaire